La terra bagnata aveva l’odore pungente di autunno, mentre nel cielo risplendeva un pallido sole tra le nuvole grigie. La giornata era appena iniziata e Geremy era già all’opera… tra l’erba verde e gli alberi spogli, il suo era un mestiere che non aveva orari.
Il mantello scuro lo avvolgeva completamente ed in una delle tasche un cappellaccio a larghe tese era ripiegato alla meglio.
Se l’era tolto per iniziare a scavare… sapeva infatti che dopo nemmeno le prime dieci palate di terra avrebbe sentito caldo… e di tutto ciò che indossava, il cappello era l’unica cosa che si potesse togliere facilmente restituendo immediato refrigerio.
Nel silenzio mattutino solo i suoi pensieri facevano rumore.
Mancavano ancora 100 ghinee d’oro e finalmente avrebbe potuto comprare un nido d’amore per lui e la sua Marì. Già immaginava la piccola ma decorosa casetta di legno e mattoni dalla facciata bianca e il tetto rosso. Magari Marì avrebbe piantato anche qualche fiore sui davanzali delle finestre… rose, primule, campanule… a seconda della stagione… niente gigli o crisantemi… no, ne vedeva già abbastanza tra le lapidi del cimitero… e ormai non sopportava più nemmeno il loro profumo che con il tempo si trasformava in un olezzo di piante marce.
Le buche dovevano essere profonde e larghe in modo che la cassa potesse essere deposta con facilità. Aveva già dato la forma della fossa… un perfetto rettangolo nella terra… era infatti da 10 anni che aveva sostituito Patrik Deepend al cimitero e orami aveva imparato tutti segreti del beccamorto. Non aveva più difficoltà nel scendere e risalire nelle profondità della terra. Né aveva più paura degli ospiti che il campo santo custodiva gelosamente nelle sue viscere. Tutte quelle storie su fantasmi raccapriccianti che uscivano dalle tombe per perseguitare i vivi erano solo delle gran fandonie! A forza di riesumare corpi, diventati poco più che polvere, aveva appreso che dopo la morte c’era solo una fossa nella terra o al massimo, se eri un ricco aristocratico, un bel sepolcro di marmo dal cancello in ferro battuto.
Tra una palata ed un'altra, al di fuori della nuova tomba si era formata un ammasso di nero terriccio dal quale grassi e rosei vermi faceva capolino. Si fermò e, dopo aver piantato la vanga, uscì sollevandosi sui robusti avambracci. Osservò con attenzione il lavoro svolto fino a quel momento. Con perizia aggiustò i margini per renderli più regolari, e alla fine si sedette sull’erba umida di rugiada appoggiando la schiena sulla corteccia ruvida di un castano. Era soddisfatto, aveva lavorato per due ore senza fermarsi.
Quella fossa era per Sean Satterthon, un burbero minatore che vedeva spesso all’osteria dove Marì lavorava come aiuto cuoca. Massiccio e scuro di carnagione, come la montagna che prendeva a picconate per estrarre il ferro, era capace di scolarsi due pinte di birra senza batter ciglio. Non aveva amici, né famiglia…passava tutto il suo tempo in un angolo scuro dell’osteria senza parlare e svuotando uno dopo l’altro i boccali di rame. Se non fosse morto dentro l’osteria forse nessuno si sarebbe accorto della sua dipartita.
“Mi perdoni buon uomo…” disse improvvisamente una voce dal tono dolce e stanco, alle sue spalle “E’ qui che seppelliranno Sean Satterthon?”
Geremy si alzò in piedi e voltandosi verso la voce rispose
“Si, signore. E’ qui che le spoglie di Mr. Satterthon riposeranno… ma temo siate un bel po’ in anticipo. Il funerale si terrà domani.”
Il volto secco e pallido di un vecchio era davanti a lui. La barba completamente bianca sembrava far seguito ai lunghi capelli lisci e spettinati. E sotto le folte sopracciglia due occhietti azzurri e vispi lo stavano osservando con espressione gioviale… che poco si addiceva ad una persona che da poco aveva perso un congiunto.
“ A si, lo so, lo so. Ero solo curioso di vedere quanto è grossa la buca nella quale verrà seppellito il povero Sean.” Ed indicò la fossa con la punta del suo bastone lungo e nodoso su cui si appoggiava con una mano al di sotto della mantellina nera “non avevo mai incontrato un uomo più sfortunato in tutta la mia vita… e vi assicuro giovanotto che io ne ho visti di albe e tramonti!”
Geremy rimase per qualche attimo ad osservare il suo strano interlocutore. Una mantellina nera di lana grezza avvolgeva le strette spalle del vecchio, lasciando scoperte solo una piccola porzione di collo rugoso. Erano simili in altezza e forse ai tempi della sua giovinezza il vegliardo dagli occhi azzurri doveva essere stato un uomo di braccia, un contadino o un pescatore, come testimoniavano ancora le mani grandi e robuste che stringevano con decisione la testa del bastone. Quello che però lasciava sbalordito Geremy era il fatto di non averlo mai visto in giro per il villaggio e tanto meno all’osteria.
“Le porgo le mie condoglianze, signore. Spero non sia dovuto venire da molto lontano per rendere omaggio a Mr. Satterthon.” Infine disse con il timbro pacato e rispettoso.
“La ringrazio, ma non sono parente né effettivamente un amico di Sean … come le ho già detto io l’ho solo incontrato lungo la mia strada. Ehhh” sospirò aprendo la bocca sdentata “pensava che bevendo avrebbe annegato il suo triste passato. Un bicchiere per i suoi fratelli morti sotto una frana della miniera…un bicchiere per la sua giovane moglie e i suoi pargoletti in fasce portati via dalla febbre…e l’ultimo bicchiere era per la sua solitudine quando il suo cuore ha smesso di battere.”
“Eravate con lui quando è morto?” disse sorpreso Geremy che non sapeva se quello che aveva di fronte era un pazzo o solo un povero viandante che aveva bisogno di parlare con qualcuno. Infatti Marì gli aveva raccontato che la sera in cui era morto Sean all’osteria non c’era un cane a cui servire da bere se non quel povero diavolo di Satterthon.
“Oh si! Ero proprio davanti a lui quando ha mandato giù l’ultima goccia di birra. Eh, come vedete mio caro giovanotto, la morte viene quando meno ci si aspetta!”
“Ha ragione…” rispose consapevole che si stava per avviare una conversazione lunga e deprimente come succedeva quasi sempre quando si parlava con degli interlocutori così anziani.
“Io ho girato il mondo per lungo e largo… e non c’è stato un solo uomo che mi abbia detto di non aver paura della morte!” disse quasi dispiaciuto.
“Beh, signore… a nessuno piacerebbe abbandonare la vita con le sue gioie. Soprattutto quando ce ne sono tante da provare e condividere con i propri cari. Anch’io ne ho paura e darei via ogni mio avere per sfuggire alla sua falce se mai dovesse venire a reclamare la mia vita.” Con una mano Geremy prese il cappello nascosto nella sua tasca destra e se lo infilò sulla testa per ripararla dal vento freddo che aveva iniziato a spirare.
“Ah, quante sciocchezze! Questa vita non offre gioie più grandi di quelle che ci aspettano dall’altra parte! L’uomo è figlio di Dio e come tale erediterà i cieli!” disse corrugando la fronte.
Nella testa di Geremy si faceva forte l’idea che quello era un senzatetto predicatore…o un ex prete che aveva deciso di portare la parola di Dio camminando per le strade del mondo come ultimo atto della sua esistenza.
“Sarà… fatto sta nessuno dei miei clienti è tornato indietro a elogiare l’aldilà e a convincermi che dopo tutto morire non è una cosa così spaventosa.”
Il vecchio allora si sedette sul cumulo di terra e appoggiandosi con entrambe le mani sul suo bastone disse:
“Siete un uomo di poca fede…cosa vi ha fatto diventare così scettico sulle verità divine?”
“Probabilmente il mio lavoro, signore.” Rispose a tono Geremy che iniziava a spazientirsi. Doveva riprendere a scavare, se no Sean non avrebbe trovato il suo letto pronto l’indomani. “La cupa mietitrice ti priva della vita… e l’unica cosa che ti fa diventare è un corpo morto pronto per fare da concime per le piante all’aperto o da cibo per le muffe dentro le cripte.”
“La cupa mietitrice? Che brutto nome per la sorella del sonno che da requie alle fatiche terrene per aprire le porte del paradiso…” disse tra se e se il vecchio rivolgendo il suo sguardo al cielo “bah… non ho mai capito perché vi ostiniate a raffigurarmi come un orrido scheletro con in mano una falce…”
Geremy non poteva sopportare oltre quello spettacolo di delirante senescenza. Balzò quindi di nuovo nella fossa per riprendere il suo lavoro.
“Signore, io devo riprendere a scavare…” disse per mettere fine alla conversazione “è meglio che vi spostiate da lì se non volete prendervi una palata di terra addosso…”
Il vento soffiò facendo scuotere i rami dei castani, e le nuvole ripresero la loro corsa nel cielo. Geremy sollevò gli occhi in cerca dell’improvvisamente muto interlocutore.
“Signore…” chiamò. Ma sul cumulo di terra fresca non c’era più nessuno. Il vecchio era sparito.
Se ne rallegrò, aveva paura che il vecchio avrebbe continuato a disturbarlo anche mentre spalava la terra rendendogli ancor più pesante il suo faticoso e deprimente mestiere.
Ma stranamente non riuscì a togliersi dalla mente quegli occhietti azzurri e il volto pallido e scavato che gli ricordavano terribilmente qualcuno… non sapeva chi… ma c’era in quel vecchio un aria decisamente familiare.
Quel pensiero lo accompagnò silente per anni.
Venne il giorno in cui lui e Marì misero piede per la prima volta nella loro nuova casa, e poi il giorno della nascita di Rebecca e Martin… il giorno in cui Rebecca andò in sposa al figlio del proprietario del mulino, che riforniva il villaggio di farina. E il giorno in cui Martin diventò un uomo abbastanza robusto per sostituirlo completamente al cimitero.
Tra le lapidi sempre più numerose lui e Martin camminavano con passo celere per rientrare in casa. Geremy era diventato vecchio… e doveva appoggiarsi ad un bastone a causa di una fastidiosa piaga che aveva sotto il piede destro. Chiusero il cancello del campo santo alle loro spalle mentre il vento soffiava con violenza per preannunciare il temporale. Quando furono a casa il sollievo del caldo focolaio e della voce di Marì li scosse dal tepore dell’autunno.
“Oh finalmente!” esclamò a gran voce la vecchia ma sempre bella Marì al marito e al figlio “la minestra è già in tavola.”
“Arriviamo subito mamma… il tempo di toglierci i mantelli!” rispose Martin mentre aiutava suo padre a districarsi dalla mantellina nera di lana grezza che aveva cucito Marì la scorsa primavera.
“Su Martin, sarò vecchio ma non così rimbambito da aver bisogno di aiuto per togliermi il mantello!”
Ma Martin con una piccola risata era già riuscito a scoprirgli le spalle ed appenderlo sulla gruccia accanto le scale.
“Hai ragione papà… è per questo che ti ho lasciato il cappello sulla testa.” Disse scherzosamente e sparendo verso la cucina. Geremy rise… aveva cresciuto un degno successore del suo onorevole mestiere. Forte, rispettoso… ma al contempo ironico e intelligente.
Con passo claudicante si portò all’appendiabiti sul muro, si tolse il cappello e lo pose sulla gruccia centrale.
Fu in quel momento che si trovò davanti agli occhi il volto del vecchio viandante che 38 anni prima aveva incontrato al cimitero.
Il volto scavato e pallido circondato dalla barba bianca che faceva seguito ai capelli lisci e spettinati dal vento e soprattutto gli occhi azzurri come il cielo erano lì davanti a lui dall’altra parte dello specchio sotto l’attaccapanni. Si sentì diventare improvvisamente di ghiaccio mentre la paura percuoteva il suo corpo con tremendi brividi quando l’immagine nel riflesso parlò:
“Ma perché provate terrore di me? Possibile che abbiate meno paura di uno scheletro con la falce che del vostro stesso volto?”