domenica 26 ottobre 2008

Wall - E


Sono pochi i film che possono essere definiti Romantici nel campo della Animazione tridimenzionale. E Wall-E è da annoverare tra questi.
Tutti inizia sul pianeta Terra letteralmente abbandonata dai suoi abitanti a cuasa della progressiva incapacità di far fronte all'emergenza spazzatura (insomma, una sorta di Napoli con tanto di sorridente Berlusconi, pronto a liberare tutti dalla piaga della mondizzia con milizia di robot pulitori, mentre gli uomini si godono lo spazio profondo e senza preoccupazioni). Wall-E è l'ultima unità ecologica funzionante. Nella sua solitudine continua a lavorare formando grattacieli di cubetti di spazzatura. Ha una personalità, raccoglie ogni genere di stranezza trai resti della società umana, si commuove di fronte ai musicol e ha come amico un indistruttibile scarafaggio. Ma ben presto la monotonia dei giorni verrà spezzata dall'arrivo di una creatura perfetta, Eve.
Da qui l'avventura, l'amore e una morale.
Bisogna vederlo per poter amare ogni singolo particolare. Dalla ricarica della batteria di Wall-E (chi si ricorda del primo windows non potrà che sorridere) fino alla bellezza di un bacio robotico.

Colori, colonna sonora e tecnologia 3d si uniscono a formare un altro piccolo capolavoro della Pixar. Godetevelo!

domenica 2 marzo 2008

Sweeney Todd

C'era un barbiere e sua moglie...
Ogni favola o racconto inizia con un "c'era una volta", e il film di Tim Barton non è da meno.
La fumosa Londra ci accoglie in vicoli grigi dove il passato è ormai un ricordo annebbiato dal desiderio di vendetta di Sweeney Todd, un tempo conosciuto come Benjamin Barker. Ingiustamente condannato e allontanato dai suoi cari, rimette piede nel suo negozio in Flint Street con l'unico intento di poter incontrare e distruggere colui che ha portato la sua famiglia alla rovina.
Ma non ho intenzione di darvi altre informazioni sulla trama o sul film...

Vorrei piuttosto portare la vostra attenzione su Sweeney, personaggio fulcro dell'intera narrazione e di un'evoluzione spasmodicamente perfetta.
Il male subito dal nostro antieroe è una pugnalata in pieno petto... che con il tempo s'infetta espandendosi... compromettendo l'anima del personaggio nella sua profondità.
Il primo sintomo è l'ossessiva ripetizione di una frase:

"There's a hole in the world like a great black pit. And it's filled with people who are filled with shit. And the vermin of the workd inhabit it"

La musica ci guida nel comprendere ogni successivo passo della crescita interiore di Sweeney. Nella canzone Epiphany i pensieri si concretizzano in azioni... ogni strofa, è un taglio netto di rasoio.

"Who sir? you sir? No one is on the chair! Come on, come on... Sweeney's waitnig. I want you bleeders."

Ciò che c'era di umano si perde nel vortice dell'odio che, non potendo riversare sul suo antagonista, esprime di volta in volta nel taglio perfetto di gole innocenti.
Giungiamo quindi a toccare il vertice della follia del male e sulla lama dei rasoi il sangue si accumula... senza che Sweeney si renda più conto di chi siano le gole.

Il Male, si sa, non ha vincitori... solo vittime.
Ed è così che l'ascesa del Signor T, coincide con la sua rovina.





Posso solo aggiungere... QUESTO FILM E' UN PICCOLO CAPOLAVORO.
Chi di voi non l'ha ancora visto, rimedi subito!

venerdì 15 febbraio 2008

Mondi - secondo capitolo

Cresceva, giorno dopo giorno, da piccola ed innocente neonata, a scaltra bimba delle tenebre.
Giocava all'ombra della magione materna, in cerca di sempre nuovi ed insoliti divertimenti. Con trappole di corda e retini di ragnatela catturava le sventurate creature che si perdevano nei cunicoli dell' Underdark. Falene dalle scure ali, ronzanti mosche e pipistrelli diventavano, nelle sue piccole mani, pupazzi soggetti ai suoi continui capricci. Non di rado Kamire rientrava, tra le nere mura della sua casa, con le dita sporche di terra e del sangue delle sue prede...
Jamaryal sembrava soddisfatta della crescente perfidia di sua figlia. I pochi terribili sorrisi, che arriciavano le sue labbra, erano rivolti esclusivamente alla piccola erede degli D'olath M'sing.
Il giardino di loti neri era il suo regno. Arrampicandosi sulla roccia muschiosa, osservava il cielo di pietra delle caverne. I grigi soffitti, da cui scendevano le minacciose stalatitti, diventavano le bocche spalancate di mostri ancestrali, soggiogati al suo volere, mentre lo sguardo paterno di Ragus la seguiva.
Fu allora, in uno degli oscuri pomeriggi trascorsi nel giardino, che Kamire scoprì la musica.
Intenta a cavalcare, con gelida gioia, una radice contorta, non si rese conto subito da dove provenissero i suoni distorti di corde pizzicate. La sua fantasia, li attribuì al suo mostro dalle ali scheletriche e senza piume... ma pian piano lo sguardo porpureo dalla radice si spostò sulla figura di Ragus seduto sul bordo di un grande ripiano di pietra.
Le braccia coperte di velluto del padre sostenevano il peso di uno strano strumento. Le abili mani d'assasino pizzicavano con cura le sessantaquattro corde dell'arpa, lasciando che nel luogo si creasserò torrenti di note strazianti. Kamire fermò i suoi giochi... provando una incomprensibile attrazione per quella musica. Si avvicinò al padre rapidamente.
"Che cos'è?" domandò sfrontata interropendo al nascere le prime parole della melodia. I vermigli occhi di Ragus si posarono sul piccolo corpo della figlia. Le mani fermarono il loro vorticar sulle corde.
"E' un Vazhan-do...permette di creare e riprodurre melodie per il piacere delle Vostre puntate, Inlul Jalil..." rispose con paziente e profonda voce "questa melodia in particolare è intitolata Ssinjin Vharcan... desiderate che m'interrompi?"
Le labbra scure e sottili di Ragus si richiusero in attesa di una risposta. Le corde di budello erano agganciate alla struttura d'osso cesellato, che componeva lo scheletro del Vazhan-do. L'arpa sembrava una strana bestia, messa a cuccia con un rimprovero.
Silenziosa Kamire allungò la piccola e nigra mancina, sfiorando quelle corde...che in risposta al suo gesto mugolarono uno distorto accordo. Il volto ovale della bimba si illuminò... gli occhietti brillarono, mentre un largo sorriso veniva rivolto al padre.
"Ancora! Voglio sentirlo ancora!" disse infine euforica. In fretta sistemò la gonna rossastra in modo che non le desse fastidio sedendosi accanto a Ragus. La treccia, che raccoglieva i candidi capelli della bimba, si spostarono repentinamente, con un gesto del capo, dietro alle spalle. Così si apprestò a sentire il seguito della melodia.
La musica riprese il suo corso... le dita danzavano senza sosta, riportando la melodia al punto interrotto. Allora alle note si intrecciò la complessa trama di parole, che acute come pugnali, venivano lanciate nell'aria umida delle caverne.
"Ssinjin Vharcan...´chev vharcan.
usstan lar dos nindol isto
p´wal wun nindol oloth
usstan orn inbal dos.
Uk orn yaith
xuil ukt vlos lu´ ukt jiv´undus..."
Incantata, Kamire osservò con ammirazione il padre, per la prima volta.

venerdì 25 gennaio 2008

Mondi


Primo capitolo
Pelle simile alla coltre della notte, occhi rossi come sanguinanti rubini. Il suo piccolo corpicino era perfetto simulacro della Dea Lolth. Tra le braccia della madre, respirava per la prima volta l'aria fresca ed umida delle caverne.
Pura, indifesa ed inconsapevole del proprio lignaggio... così la bimba ammirava il mondo oscuro che la circondava. Le sottili orecchie a punta sembravano carpire con brama gli strani suoni che uscivano dalla bocche scure dei suoi genitori.

"Sia Lode alla Scultrice! Infine una Femmina!!!" disse con enfasi Jamaryal, tenendo tra le braccia l'ultimo genita. Sdraiata nel letto dalle violacee coperte, sembrava essersi ripresa dal parto con eccezionale rapidità. Non più troppo giovane, la donna era segnata da sottili cicatrici che percorrevano verticali le guance nigre e magre. Aveva legato i lunghi e candidi capelli in una treccia che discendeva delicatamente lungo il fianco sinistro, avvolgendo ulteriormente in un abbraccio la piccola drow.
"Ora è necessario un nome... degno dell'erede dei D'olath M'sing..." continuò tra sé e sé, mentre la mancina accarezzava la piccola testa della bimba. Il corpicino sussultò al contatto materno, così freddo e privo di sentimento... ma ben presto quella mano estranea e senza amore le diventò familiare.
Silente ai piedi del talamo Ragus guardava assorto, quasi incantato, il piccolo nuovo essere. I suoi occhi vermigli solcavano i giovani lineamenti. Scosse infine il capo dai corti capelli bianchi, lasciando che anche il piwafwi seguissi tal movimento con i suoi pesanti lembi, che quasi toccavano terra.
"Non saprei dare un nome a tanta perfezione..." enunciò così il suo pensiero con il suo gelido, ma dolce tono di padre.
"Certo che no! Non è tuo compito!" secca ribatté Jamaryal, squadrando lo sposo dalla testa ai piedi, come se avesse pronunciato una terribile offesa. Poi riprendendo la sua calma inespressiva, analizzò nuovamente la piccola bimba.
"Il suo nome sarà annoverato negli annali della nostra Famiglia... e sarà un nome che tutti temeranno e rispetteranno..." la voce della drow si fece cupa "...Potere il suo obbiettivo, Gloria il suo futuro... ecco... come la prima della nostra Casata ti chiamerai... come Colei che la rese grande, costruendo le fondamenta sulle tombe dei suoi nemici...
il tuo nome sarà
Kamire D'olath M'sing"

domenica 13 gennaio 2008

Ascensione

"Agli amici si sa... non si può dire di no. Così metterò, per una volta, la mia penna da parte...ospitando in questo mio piccolo spazio virtuale il racconto di BlueRussian (a cui spero lo pseudonimo non dispiaccia). Seguite ogni parola, cari lettori, lasciandovi da esse trascinare... e sorprendere.

Kamire"


“Ormai manca poco…”

Non era più di un tenue sussurro; una debole voce nel ronzio da alveare disturbato. La gran macchina aveva sempre funzionato allo stesso modo. Il sudore e il dolore nelle retrovie era carburante per le conquiste della prima linea. Qui, dove poche sottili barriere separavano l’impazzito viavai dagli sguardi famelici di un’accolita di fiere inumane, sciami di efficienti soldati cercavano di attrezzare al meglio i loro campioni. Simili a scudieri medievali brandivano i loro bislacchi strumenti.
Ma l’attenzione non era certamente tra le loro qualità. O, più semplicemente, non erano in alcun modo interessati al bisbigliare che filtrava nel rombo meccanico delle attrezzature.

“Non ho mai scoperto cosa mi ha spinto su questa strada.”

Ancora fracasso, con un sinistro coro di urla di furore. Il tempo stringeva. Gli assistenti raddoppiarono gli sforzi.



“Ricordo solamente che fu uno specchio a convincermi… Una mattina di tanti anni fa…”
Forse si trattò più di una folgorazione che di una convinzione. Comunque si voglia chiamarla, fu abbastanza forte da superare anche i vincoli familiari.

Mio padre mi indicò silenziosamente la porta. Con poche parole avevo distrutto tutte le sue speranze. ‘Qualsiasi cosa… ma non questo…continuava a ripetere.”

Nella sua mente si affacciò con prepotenza la faccia unta e squallida del reclutatore. Ricordava ancora le parole catarrose del grassone.

‘Se i miei amici ti gradiranno, potrai far parte della mia armata. Io sarò il tuo unico signore e padrone; sappi da ora che non me ne frega un cazzo di te e dei tuoi problemi. Cerca solo di non schiattare in qualche modo idiota. Mi creeresti un sacco di guai.’ Subito dopo ci fu la visita.”

Molti affermano che questa sia la parte peggiore. Declassati da esseri umani a pezzi di carne; fissati da occhi ai raggi X alla ricerca del minimo difetto, controllati in ogni luogo da mani luride. Costretti a saltellare come scimmie, umiliati da versacci e applausi.

Quella specie di porcello mi disse che non avevo i requisiti.Sparisci! E se vuoi tornare, cerca di farti ricostruire; sembra che Dio abbia pisciato sul tuo DNA’ mi disse ridendo a crepapelle e tergendosi lacrime oleose. Ma ancora non conosceva la mia determinazione…”

C’era una sola categoria a cui rivolgersi. Ma non era certamente una categoria di santi.

“Fu così che iniziai a frequentare alcune tra le persone più disumane del pianeta.”

Uomini dall’aspetto sinistro, drappeggiati nel loro asettico candido camice, avevano sfoderato i più raffinati strumenti di tortura. Sorridevano con zanne di porcellana, mentre spiegavano nei più vividi dettagli quali fossero le loro intenzioni.

“Nessun film dell’orrore può lontanamente avvicinarsi alla demoniaca immaginazione della reale scienza medica…”

Di quei tempi aveva solamente ricordi confusi. Aghi ricurvi, lame affilate, fiale e siringhe etichettate in maniera incomprensibile. Gli occhi dei carnefici luccicavano, prima di ogni nuovo esperimento.

“ ‘Un po’ di dolore fa parte del processo. D’altronde, non posso ridurlo in alcun modo; se ne faccia una ragione. Dannati bastardi…”

Molti avevano tentato quella strada. Quasi tutti si erano persi in un labirinto di sofferenze; e tentando di uscirne avevano perso il senno.

“Della mia armata solo io ce l’ho fatta. Gli altri? Chi ora nuota sul fondo della baia, nei liberi spazi di un abitacolo Cadillac; chi cerca di forarsi il cervello con cannucce d’argento, sperando di farvi entrare un altro pizzico di polvere bianca; chi invece del naso ha bisogno per nutrirsi, inutile bambola dai fili spezzati.”

Il supervisore urla furioso. L’avanguardia è rientrata. E’ ora di far uscire i grossi calibri.

“Ma io ce l’ho fatta. Il mondo intero lo vedrà. E qualsiasi tortura, qualsiasi dolore, qualsiasi cosa diviene sopportabile, se ripagata dallo splendore invidioso di miliardi di occhi. Spettatori, pupazzi senza organi: continuate a languire nelle vostre pezzenti inutili vite; continuate a gettare fango su di noi, ad additare i nostri vizi e a trasformarci in stereotipi del male assoluto.”

Pochi passi affrettati su per le scale, appena prima del velo di stoffa. La corsa si trasforma in cauto, elegante incedere.

“Invidiatemi pure. E mi renderete più felice.”

Una cascata di applausi, insolita per simili eventi, salutò l’ingresso della nuova supermodella dell’anno. Appollaiati nei loro nascondigli, gli occhi di cristallo dei fotografi iniziarono a inquadrare la ragazza, annegandone la bellezza nel fulgore dei flash.

BlueRussian

lunedì 7 gennaio 2008

Occhi

E in quegli occhi trovai me stessa.
La ragazza dei giorni felici e spensierati, si rifletteva in quei bellissimi specchi di verità.

Occhi che non avevano un colore, ma ora azzurri, ora verdi, ora bruni variavano continuamente in un giochi di prismi e cristalli. Sembravano tante piccole gemme, incastonate in un perfetto cerchio di roccia delle profondità più segrete della terra, e dalla lucentezza degli astri notturni.

E la sua anima era in essi, offrendosi agli altri senza paura.

In quei occhi trovai conforto, che solo un padre può dare ai propri figli;
in essi trovai amicizia, come quella che donano i primi compagni di gioco quando si è bambini;
in essi il perdono, che gli altri mi negavano urlando a gran voce.
Voci… che mentre camminavo per le strade, bisbigliavano e poi… si facevano sempre più alte… più forti. Sovrastavano i miei passi ovunque andassi, accusandomi di essere una donna del piacere… serva del denaro… portatrice di immoralità!

Ma quelle voci ipocrite che mi avevano inseguito dovettero tacere confrontandosi con la sua;
davanti a quegli occhi senza peccato si fermarono…
e non poterono far altro che lasciare cadere le pietre ai propri piedi.