Kamire"
“Ormai manca poco…”
Non era più di un tenue sussurro; una debole voce nel ronzio da alveare disturbato. La gran macchina aveva sempre funzionato allo stesso modo. Il sudore e il dolore nelle retrovie era carburante per le conquiste della prima linea. Qui, dove poche sottili barriere separavano l’impazzito viavai dagli sguardi famelici di un’accolita di fiere inumane, sciami di efficienti soldati cercavano di attrezzare al meglio i loro campioni. Simili a scudieri medievali brandivano i loro bislacchi strumenti.
Ma l’attenzione non era certamente tra le loro qualità. O, più semplicemente, non erano in alcun modo interessati al bisbigliare che filtrava nel rombo meccanico delle attrezzature.
“Non ho mai scoperto cosa mi ha spinto su questa strada.”
Ancora fracasso, con un sinistro coro di urla di furore. Il tempo stringeva. Gli assistenti raddoppiarono gli sforzi.
“Ricordo solamente che fu uno specchio a convincermi… Una mattina di tanti anni fa…”
Forse si trattò più di una folgorazione che di una convinzione. Comunque si voglia chiamarla, fu abbastanza forte da superare anche i vincoli familiari.
“Mio padre mi indicò silenziosamente la porta. Con poche parole avevo distrutto tutte le sue speranze. ‘Qualsiasi cosa… ma non questo…’ continuava a ripetere.”
Nella sua mente si affacciò con prepotenza la faccia unta e squallida del reclutatore. Ricordava ancora le parole catarrose del grassone.
“ ‘Se i miei amici ti gradiranno, potrai far parte della mia armata. Io sarò il tuo unico signore e padrone; sappi da ora che non me ne frega un cazzo di te e dei tuoi problemi. Cerca solo di non schiattare in qualche modo idiota. Mi creeresti un sacco di guai.’ Subito dopo ci fu la visita.”
Molti affermano che questa sia la parte peggiore. Declassati da esseri umani a pezzi di carne; fissati da occhi ai raggi X alla ricerca del minimo difetto, controllati in ogni luogo da mani luride. Costretti a saltellare come scimmie, umiliati da versacci e applausi.
“Quella specie di porcello mi disse che non avevo i requisiti. ‘Sparisci! E se vuoi tornare, cerca di farti ricostruire; sembra che Dio abbia pisciato sul tuo DNA’ mi disse ridendo a crepapelle e tergendosi lacrime oleose. Ma ancora non conosceva la mia determinazione…”
C’era una sola categoria a cui rivolgersi. Ma non era certamente una categoria di santi.
“Fu così che iniziai a frequentare alcune tra le persone più disumane del pianeta.”
Uomini dall’aspetto sinistro, drappeggiati nel loro asettico candido camice, avevano sfoderato i più raffinati strumenti di tortura. Sorridevano con zanne di porcellana, mentre spiegavano nei più vividi dettagli quali fossero le loro intenzioni.
“Nessun film dell’orrore può lontanamente avvicinarsi alla demoniaca immaginazione della reale scienza medica…”
Di quei tempi aveva solamente ricordi confusi. Aghi ricurvi, lame affilate, fiale e siringhe etichettate in maniera incomprensibile. Gli occhi dei carnefici luccicavano, prima di ogni nuovo esperimento.
“ ‘Un po’ di dolore fa parte del processo. D’altronde, non posso ridurlo in alcun modo; se ne faccia una ragione.’ Dannati bastardi…”
Molti avevano tentato quella strada. Quasi tutti si erano persi in un labirinto di sofferenze; e tentando di uscirne avevano perso il senno.
“Della mia armata solo io ce l’ho fatta. Gli altri? Chi ora nuota sul fondo della baia, nei liberi spazi di un abitacolo Cadillac; chi cerca di forarsi il cervello con cannucce d’argento, sperando di farvi entrare un altro pizzico di polvere bianca; chi invece del naso ha bisogno per nutrirsi, inutile bambola dai fili spezzati.”
Il supervisore urla furioso. L’avanguardia è rientrata. E’ ora di far uscire i grossi calibri.
“Ma io ce l’ho fatta. Il mondo intero lo vedrà. E qualsiasi tortura, qualsiasi dolore, qualsiasi cosa diviene sopportabile, se ripagata dallo splendore invidioso di miliardi di occhi. Spettatori, pupazzi senza organi: continuate a languire nelle vostre pezzenti inutili vite; continuate a gettare fango su di noi, ad additare i nostri vizi e a trasformarci in stereotipi del male assoluto.”
Pochi passi affrettati su per le scale, appena prima del velo di stoffa. La corsa si trasforma in cauto, elegante incedere.
“Invidiatemi pure. E mi renderete più felice.”
Una cascata di applausi, insolita per simili eventi, salutò l’ingresso della nuova supermodella dell’anno. Appollaiati nei loro nascondigli, gli occhi di cristallo dei fotografi iniziarono a inquadrare la ragazza, annegandone la bellezza nel fulgore dei flash.
BlueRussian

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